| michele ( @ 2005-11-25 18:15:00 |
I survived Ergife (cit.)

Prima o poi qualcuno dovrà fare un calcolo di quanti italiani abbiano trascorso almeno qualche ora della propria vita all'Ergife Palace Hotel. Secondo me sono nell'ordine delle centinaia di migliaia, se non dei milioni. Nella classifica dei luoghi romani più visitati, se la gioca con il Foro e i Musei Vaticani.
Per i pochi ignari: l'Ergife, con quel misterioso nome da comprimario di Romanzo criminale, è un orrido albergone anni settanta alle porte d'aa capitale, poco al di qua del Raccordo. Sei piani, moquette marroncina ovunque - anche alle pareti - chilometri di tubi al neon e soprattutto uno sterminato centro congressi (quarantaduemila metri quadri dichiarati), che lo rende appunto ideale per ospitare convegni, congressi di partito e sindacali, raduni di associazioni, convention aziendali, seminari, corsi di aggiornamento professionale. E soprattutto: concorsi pubblici, prove di ammissione, test psicoattitudinali, selezioni di personale.
Io ci sono passato tre o quattro volte, e almeno la prima ha determinato tutto ciò che sono diventato dall'età di diciottanni a oggi (ma anche le altre prove, anche quelle fallite, sono state svolte mica male). E come me migliaia di (aspiranti) avvocati, poliziotti, notai, militari, impiegati pubblici, studenti universitari, giornalisti, commessi di camera e senato, segretari di partito (specie radicale), sindacalisti, infermieri, notai, ecc., si sono giocati la vita, o almeno un pezzo di vita, all'Ergife. Gente insonnolita, drogata di caffeina, brutalizzata dalle nottate insonni, svegliata all'alba dall'immancabile zia di Roma che gli ha prestato il divanoletto. Gente che vede Roma per la prima volta, e di Roma vedrà solo quel palazzone anni settanta perché per andare in centro non c'è tempo. Romani che arrivano con la macchina di papà, e hanno dormito dieci minuti in più. La tranquillità dei raccomandati, il cazzeggio di chi tanto mi bocciano, l'ansiosa determinazione dei secchioni, la depressione di chi è l'ultima volta poi basta. Le mamme al seguito che aspettano al bar con sotto braccio il libro dell'ultimo ripasso. I padri che vogliono sistemare i figli prima di andare in pensione. Le montagne di cappotti cellulari codici consegnate all'entrata. La dettatura delle tracce, la matita per annerire i pallini del quiz (segnarne solo uno, no croci, no segni distintivi). Le visite al cesso per "confrontare".
All'Ergife dovrebbero istituire un presidio stabile di psicologi e sociologi, e anche di romanzieri e sceneggiatori. Non esistono in Italia, ma forse nemmeno in Europa, quarantaduemila metri quadri più carichi di aspirazioni, frustrazioni, sogni infranti o realizzati, amori nati o finiti: più carichi di storie insomma, e pazienza se sono storie piccoloborghesi: sono le nostre.
L'Ergife è il tempio in cui la nostra tribù celebra i suoi riti di iniziazione. È il vero Altare della Patria. Questi sotterranei al neon foderati di moquette sono la nostra Broadway, il nostro Sunset Boulevard: qui più che in qualsiasi altro luogo, gli italiani intonano quotidianamente il loro If I can make it there/ I'll make it anywhere. Per dire come stiamo messi.

Prima o poi qualcuno dovrà fare un calcolo di quanti italiani abbiano trascorso almeno qualche ora della propria vita all'Ergife Palace Hotel. Secondo me sono nell'ordine delle centinaia di migliaia, se non dei milioni. Nella classifica dei luoghi romani più visitati, se la gioca con il Foro e i Musei Vaticani.
Per i pochi ignari: l'Ergife, con quel misterioso nome da comprimario di Romanzo criminale, è un orrido albergone anni settanta alle porte d'aa capitale, poco al di qua del Raccordo. Sei piani, moquette marroncina ovunque - anche alle pareti - chilometri di tubi al neon e soprattutto uno sterminato centro congressi (quarantaduemila metri quadri dichiarati), che lo rende appunto ideale per ospitare convegni, congressi di partito e sindacali, raduni di associazioni, convention aziendali, seminari, corsi di aggiornamento professionale. E soprattutto: concorsi pubblici, prove di ammissione, test psicoattitudinali, selezioni di personale.
Io ci sono passato tre o quattro volte, e almeno la prima ha determinato tutto ciò che sono diventato dall'età di diciottanni a oggi (ma anche le altre prove, anche quelle fallite, sono state svolte mica male). E come me migliaia di (aspiranti) avvocati, poliziotti, notai, militari, impiegati pubblici, studenti universitari, giornalisti, commessi di camera e senato, segretari di partito (specie radicale), sindacalisti, infermieri, notai, ecc., si sono giocati la vita, o almeno un pezzo di vita, all'Ergife. Gente insonnolita, drogata di caffeina, brutalizzata dalle nottate insonni, svegliata all'alba dall'immancabile zia di Roma che gli ha prestato il divanoletto. Gente che vede Roma per la prima volta, e di Roma vedrà solo quel palazzone anni settanta perché per andare in centro non c'è tempo. Romani che arrivano con la macchina di papà, e hanno dormito dieci minuti in più. La tranquillità dei raccomandati, il cazzeggio di chi tanto mi bocciano, l'ansiosa determinazione dei secchioni, la depressione di chi è l'ultima volta poi basta. Le mamme al seguito che aspettano al bar con sotto braccio il libro dell'ultimo ripasso. I padri che vogliono sistemare i figli prima di andare in pensione. Le montagne di cappotti cellulari codici consegnate all'entrata. La dettatura delle tracce, la matita per annerire i pallini del quiz (segnarne solo uno, no croci, no segni distintivi). Le visite al cesso per "confrontare".
L'Ergife è il tempio in cui la nostra tribù celebra i suoi riti di iniziazione. È il vero Altare della Patria. Questi sotterranei al neon foderati di moquette sono la nostra Broadway, il nostro Sunset Boulevard: qui più che in qualsiasi altro luogo, gli italiani intonano quotidianamente il loro If I can make it there/ I'll make it anywhere. Per dire come stiamo messi.