| michele ( @ 2007-04-17 16:34:00 |
So it goes
- No, io ai funerali non ci posso andare, mi fanno stare troppo male.
- A me quelli come te mi fanno incazzare. Guarda che un funerale non è la spiaggia di Ostia, che non ci vai perché c'è troppo casino, o i film iraniani, che non vai a vederli perché ti annoiano. Mica li fanno per far stare bene te, i funerali.
- Ah, invece li fanno per far star male te. Per darti modo di meditare sulla caducità dell'umana esistenza davanti al feretro dello zio di tuo cognato, o del cugino di un collega. Così te ne stai tutto compunto in chiesa, ben lontano dalla famiglia che soffre davvero. Entri in quella specie di sonnolenza mistica che ti prendeva quando facevi il chierichetto. Ti accorgi con un pizzico d'orgoglio di ricordare quasi tutta la messa, di essere tra i pochi che sanno quando stare seduti e quando alzarsi senza bisogno dell'invito del prete. O magari resti proprio in piedi, così ti sacrifichi di più. Fai la tua migliore faccia assorta e intanto serri le fauci per non sbadigliare. Poi alla fine esci a firmare il libro delle presenze con uno svolazzo che nessuno capirà, ti accendi la sigaretta e sul sagrato ti metti a salutare i conoscenti comuni: e come stai, e non ci vediamo mai, e non sai che m'è successo, e hai sentito di Tizio, e dai una di queste sere andiamoci a fare una pizza.
- Sarà. Ma dei mille modi che esistono per sprecare un'ora della propria vita, passare a salutare una persona che se ne sta andando non mi pare il peggiore. I morti non si lasciano mai soli, questo mi hanno insegnato. E non sono solo le lacrime a fargli compagnia. A me farebbe piacere sapere che degli amici si ritrovano per causa mia, e anche che si sorridono e si mettono a chiacchierare. Tanto, per il silenzio avrò tutto il tempo che voglio.
- E scommetto che ad “accompagnarti” vorrai anche il prete, vero? Siete tutti uguali. Fate sfoggio di anticlericalismo, predicate la razionalità, e poi come ultimo atto della vostra vita permettete a uno sconosciuto in sottana di chiedere perdono a nome vostro a un Dio che non avete mai riconosciuto, di implorare la sua sempre presunta e mai dimostrata misericordia infinita per le vostre finitissime colpe, di iscrivervi in extremis alla santa cosca dei beati per sghignazzare in eterno di quegli sfigati che sono finiti all'inferno. Non si sa mai, vero? Tanto non c'è niente da perdere. La vecchia storia della scommessa.
- Io non lo so cosa vorrò e penserò, allora. So che morire sarà la cosa più illogica e misteriosa che mi sarà mai capitata, e che quindi potrebbe avere un senso affidare la sua gestione a quelli che, nella mia storia e nella mia cultura, sono gli addetti all'illogico e al misterioso: i preti. Più in generale, mi piace pensare che da morto potrò permettermi di fregarmene di tutto, di fare, finalmente, il signore. Chiedere perdono è cosa buona e giusta, a prescindere; tanto più lo è alla fine della vita. Uno che muore a fare, se no? Forse sì, manderò quel tizio in sottana a inginocchiarsi e a battersi il petto per convincere il Padreterno a perdonarmi. Ma se lo farò vorrà dire che anch'io avrò perdonato il Padreterno: ma in silenzio, senza tante storie, con molta più eleganza. Lo perdonerò di avermi fatto ammalare e poi morire. Di avermi fatto nascere mortale. E forse chissà, persino di non esistere.
- No, io ai funerali non ci posso andare, mi fanno stare troppo male.
- A me quelli come te mi fanno incazzare. Guarda che un funerale non è la spiaggia di Ostia, che non ci vai perché c'è troppo casino, o i film iraniani, che non vai a vederli perché ti annoiano. Mica li fanno per far stare bene te, i funerali.
- Ah, invece li fanno per far star male te. Per darti modo di meditare sulla caducità dell'umana esistenza davanti al feretro dello zio di tuo cognato, o del cugino di un collega. Così te ne stai tutto compunto in chiesa, ben lontano dalla famiglia che soffre davvero. Entri in quella specie di sonnolenza mistica che ti prendeva quando facevi il chierichetto. Ti accorgi con un pizzico d'orgoglio di ricordare quasi tutta la messa, di essere tra i pochi che sanno quando stare seduti e quando alzarsi senza bisogno dell'invito del prete. O magari resti proprio in piedi, così ti sacrifichi di più. Fai la tua migliore faccia assorta e intanto serri le fauci per non sbadigliare. Poi alla fine esci a firmare il libro delle presenze con uno svolazzo che nessuno capirà, ti accendi la sigaretta e sul sagrato ti metti a salutare i conoscenti comuni: e come stai, e non ci vediamo mai, e non sai che m'è successo, e hai sentito di Tizio, e dai una di queste sere andiamoci a fare una pizza.
- Sarà. Ma dei mille modi che esistono per sprecare un'ora della propria vita, passare a salutare una persona che se ne sta andando non mi pare il peggiore. I morti non si lasciano mai soli, questo mi hanno insegnato. E non sono solo le lacrime a fargli compagnia. A me farebbe piacere sapere che degli amici si ritrovano per causa mia, e anche che si sorridono e si mettono a chiacchierare. Tanto, per il silenzio avrò tutto il tempo che voglio.
- E scommetto che ad “accompagnarti” vorrai anche il prete, vero? Siete tutti uguali. Fate sfoggio di anticlericalismo, predicate la razionalità, e poi come ultimo atto della vostra vita permettete a uno sconosciuto in sottana di chiedere perdono a nome vostro a un Dio che non avete mai riconosciuto, di implorare la sua sempre presunta e mai dimostrata misericordia infinita per le vostre finitissime colpe, di iscrivervi in extremis alla santa cosca dei beati per sghignazzare in eterno di quegli sfigati che sono finiti all'inferno. Non si sa mai, vero? Tanto non c'è niente da perdere. La vecchia storia della scommessa.
- Io non lo so cosa vorrò e penserò, allora. So che morire sarà la cosa più illogica e misteriosa che mi sarà mai capitata, e che quindi potrebbe avere un senso affidare la sua gestione a quelli che, nella mia storia e nella mia cultura, sono gli addetti all'illogico e al misterioso: i preti. Più in generale, mi piace pensare che da morto potrò permettermi di fregarmene di tutto, di fare, finalmente, il signore. Chiedere perdono è cosa buona e giusta, a prescindere; tanto più lo è alla fine della vita. Uno che muore a fare, se no? Forse sì, manderò quel tizio in sottana a inginocchiarsi e a battersi il petto per convincere il Padreterno a perdonarmi. Ma se lo farò vorrà dire che anch'io avrò perdonato il Padreterno: ma in silenzio, senza tante storie, con molta più eleganza. Lo perdonerò di avermi fatto ammalare e poi morire. Di avermi fatto nascere mortale. E forse chissà, persino di non esistere.