michele (miic) wrote,
michele
miic

un film di subappaltare

Non ci sono carrelli circolari. Non ci sono famiglie urlanti, o almeno non troppo. Non ci sono coppie in crisi. Non ci sono quarantenni eterni adolescenti né quarantenni sfigatelle che cercano di accalappiarli prima che gli suoni la sveglia biologica. Non ci sono checche un po' pazze ma che in fondo soffrono tanto per la discriminazione. Non ci sono nonne sagge. Non ci sono casali da ristrutturare, né in Toscana né in Puglia. Non ci sono ulivi. Non ci sono librerie, né grandi né piccole, anzi non c'è manco un libro nel giro di parecchi chilometri. Non c'è nessuno che voglia fare lo scrittore, nessuno che abbia mai desiderato scrivere mezza riga in vita sua. Non ci sono razzismi ideologici né antirazzismi sbandierati. Non c'è destra né sinistra, a veder bene non c'è proprio la politica, non c'è la società. Ci sono bravi attori (Germano sì, ma pure Raoul Bova - eh? maddavérodavéro Raoul Bova? essì, Raul Bova. ma va? ettòostoaddì) e uno dei registi più sottovalutati d'Italia. Ci sono i c'èqqualcheprobblema e i chepprobblemacè e i vedichettedevinventà e i mòmenventoqualcosa di chi quasi mai sa bene quello che vuole dire e quello che deve fare. Ci sono parecchi difetti, certo, come una tendenza a mettere frasi sentenziose e sagge in bocca agli immigrati (cit.) e un finale un po' ripreso per i capelli e soprattutto un titolo brutto, ma aiutamaddì brutto, che non dice nulla, di quelli per ora mettiamo questo qualcosa di meglio ci verrà. Anche se di vita, eccheccazzo, almeno un po' ce n'è, cosa che non è che capiti tanto spesso nel cinema italiano.
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